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LA SACRALITÀ DEL PARTO


Nella mia esperienza diretta, come padre che ha accompagnato la nascita in casa di mio figlio, sono testimone dell’attesa, non a caso è il termine che designa le donne incinte. Ho atteso la mia compagna e con la mia compagna. Ho atteso mio figlio e con mio figlio. Posso dire che ho vissuto la paura. Mio figlio è nato la mattina del 18 dicembre, la mia compagna ha iniziato ad avere doglie prodromiche la notte del giorno prima. Alle dieci di sera, prima di affrontare un’intera notte di travaglio, la madre di mio figlio mi guarda e dopo un momento mi confessa: “Non ce la faccio. Sono stanca. Sto capendo che deve uscire da me, ma non so come”. Questa frase mi colpisce ancora oggi. In quel momento lei che era al suo primo parto cominciava a realizzare concretamente e fisicamente cosa doveva accadere, al di là di ciò che aveva letto, di ciò che aveva sentito, delle scelte di dove e come partorire. La definirei la prepotenza dell’esperienza, un volere che assume il suo corso. In quel momento (ma solo in quel momento) Antonella ha rimpianto di aver scelto il parto in casa, perché aveva paura. Era la cruna dell’ago, il suo parto, il suo morire e rinascere madre. Quando è nato mio figlio l’ho accolto tra le mie mani e l’ho restituito alla madre. Posso raccontarvi di aver sperimentato una sorta di deframmentazione della coscienza ordinaria. Nonostante gli rivolgessi parole di benvenuto, cariche di emozione, quell’emozione smetteva di essere mia o forse io smettevo di essere quell’emozione e sentivo e vedevo come se fosse la prima volta, come se a nascere fossi stato io, come se il punto di vista da cui osservare ciò che stava accadendo era diventato improvvisamente meno definito, più espanso. La definirei un’esperienza mistica, un avvicinamento ad un’altra dimensione. E nel profondo sono convinto che molte delle sensazioni che ho provato in quel momento si ripresenteranno alla mia morte. Non posso dire che questa esperienza di profondo rinnovamento interiore non ci sarebbe stata se io e la mia compagna avessimo scelto di far nascere nostro figlio in ospedale, ma posso dire che la scelta del parto in casa, l’attenzione e la cura e il rispetto dei tempi naturali del parto, lo sperimentare la paura, cercando di addomesticarla, tutto questo ha costituito la componente essenziale del nostro rito, cioè di quegli atti che da un lato hanno un fondamento reale, ma dall’altro si rivolgono a ad una dimensione spirituale, costituendo così un ponte e divenendo pertanto sacri.

Perché il parto dovrebbe essere un momento sacro? In un’epoca di estrema secolarizzazione della società definire sacro il parto potrebbe significare molto banalmente codificare culturalmente in maniera rilevante un evento denso di emozioni e aspettativa.

Sacro, tuttavia è qualcosa di più: si riferisce a un evento a cui è stato dato valore e fondamento in conformità con l’ordine cosmico e che acquisisce il dato di fatto reale. Si può descrivere un passaggio da una dimensione altra, divina, spirituale, o potremmo dire di non esistenza, per attenerci ad una visione rigorosamente materialista, ad una dimensione reale, di esistenza appunto.

Diverse scuole di psicoterapia sperimentale hanno raccolto prove convincenti del fatto che la nascita sia il trauma più profondo della nostra vita, probabilmente perché potenzialmente o effettivamente, si tratta di una situazione che mette a repentaglio la vita stessa. Potremmo dire che nascita e morte sono condizioni molto vicine tra loro al momento del parto. Tale vicinanza è qualcosa che non si spiega unicamente con il fatto che nascere comporta dei rischi, interpretabili secondo un approccio medico-scientifico. I rischi sono piuttosto la conseguenza della natura stessa della nascita, una natura di trascendenza, cioè di contatto tra due dimensioni che nella nostra vita di tutti i giorni sono distanti tra loro come il giorno e la notte, come la veglia e il sonno, come la vita e la morte, appunto. Nel momento del parto queste dimensioni si toccano, si mescolano e si potrebbe dire addirittura che sono un’unica indissolubile realtà; lo dimostra il fatto che nelle regressioni attuate con tecniche di alterazione della coscienza, in percorsi di autoconsapevolezza psico-spirituale, le persone possono recuperare la memoria della nascita e descrivono comunemente la sensazione di morire, vivendo una profonda paura. Ecco perché è necessario un rito, cioè una serie di atti codificati secondo le norme culturali proprie della società di appartenenza che “confortano la presenza”, per dirlo con le parole dell’antropologo Ernesto de Martino, in un momento di crisi, in un momento cioè in cui i confini tra esistere e non esistere sono più labili.

Ciò che nei tempi antichi e ancora oggi nelle tribù non civilizzate veniva affidato al rituale, nelle società moderne viene affidato alla scienza. Potrebbero apparire due vie tanto diverse tra loro, ma hanno una radice comune: addomesticare l’esperienza della paura della non esistenza, della morte. Le religioni sono nate proprio con l’obiettivo di fornire all’uomo delle risposte di fronte a questo immortale interrogativo. Allo stesso modo la scienza, con lo studio dei fenomeni, cioè di qualcosa che sensibilmente si modifica, che nasce, muore, si trasforma appunto, vuole fornire delle risposte alle eterne domande dell’uomo.

Alla luce di questo assunto le pratiche invasive che riguardano la mamma e il bambino al momento del parto (ma ovviamente l’essere umano in generale quando si ritrova in una condizione di crisi dell’esistenza quotidiana), possono essere interpretate come un tentativo, seppur scientifico e razionale, di esorcizzare questa crisi, questa condizione in cui non si è qui ma nemmeno dall’altra parte.

Che si compiano dei riti propiziatori in una qualche tribù primitiva, o che si eseguano sofisticati protocolli medico-sanitari, non si può prescindere dal fatto che in entrambi i casi si è condizionati dalla presenza di una dimensione occulta dell’esistenza, e dalla paura che ne deriva. L’anima si confronta con qualcosa che non conosce, non illuminata dalla conoscenza, o meglio dalla coscienza. Per quanto possano essere complessi i rituali o evoluta la scienza non si potrà modificare la natura della nascita e della morte che sono appunto trascendenti. Nel nostro modo di vivere, tuttavia, abbiamo imparato ad escludere sempre di più questa realtà non conoscibile con i sensi ordinari. La specializzazione della scienza medica va piuttosto nella direzione di una sempre più definibile conoscenza ordinaria dei fenomeni, dimenticando di rivolgersi verso ciò che appunto non è sensibile e che proprio per questo è così temuto dall’uomo fin dagli albori della civiltà.

Come ci suggeriscono le tradizioni spirituali e anche lo stesso Cristianesimo, esiste un tempo del “Paradiso Terrestre”, un’età dell’oro dell’uomo, in cui il contatto tra le dimensioni dell’esistenza è affidato ad una coscienza interna, più che ad una conoscenza esteriore, basata su dati sensibili di osservazione. Prima che diventi un atto ripetitivo e culturalmente definito, il rito è in origine un atto creativo che ha origine da un incontro di polarità opposte: maschile e femminile, yin e yang riferendoci alla simbologia del Tao, la sintesi che si origina dall’incontro di tesi e antitesi hegeliani. Tale atto creativo dunque, collega le due dimensioni dell’esistenza, la prima potremmo definirla di unità cosmica dove si sperimenta la non divisione ed è proprio la condizione che sperimenta il bambino nella pancia della mamma, la seconda è quella in cui si è separati, dopo che si è mangiato il frutto proibito bene e male non coincidono più, ma devono passare al vaglio di un atto di conoscenza che dura una vita intera, o più di una vita. Come ben sappiamo dagli studi sull’età evolutiva tale acquisizione di separazione non avviene in un unico momento, ma si ripropone in diverse tappe nella vita dell’essere umano. Queste tappe vengono definite da eminenti psichiatri e antropologi come Stalinslav Grof, Van Gennep, riti di passaggio. Il rituale è un atto, quindi, visibilmente e sensibilmente percepibile e osservabile, ma che non si esaurisce in se stesso, piuttosto è un tentativo dell’uomo di farsi messaggero, di incarnarsi o di accompagnare un altro essere umano in tale processo.

Tra i due momenti di unità e separazione, c’è l’esperienza di inabissamento cosmico associata ad un’ansia crescente e una imminente minaccia alla vita, sia per il bambino che per la madre, ma anche per coloro che sperimentano nel corso della vita importanti e decisivi momenti di crisi dell’esistenza sia essa intesa come esistenza fisiologica e/o psicologica. La sensazione di ansia può manifestarsi con l’immagine di un potente vortice che risucchi la persona e il suo intero mondo. Un’altra immagine ancora è la discesa nel mondo sotterraneo. “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita” è il racconto dantesco dell’esperienza che fa l’anima quando appunto si inabissa negli inferi per poter sperimentare una rinascita spirituale. E’ il momento in cui le contrazioni si fanno più regolari e il bambino percorre il canale del parto.

A tale inabissamento fa seguito una lotta vera e propria tra morte e nascita che culmina nell’annichilimento di tutti i punti di riferimento precedenti che l’individuo aveva. Se l’esperienza dell’emergere nel mondo al momento della nascita non è stata offuscata da anestesia, il senso di totale annichilazione è seguito da visioni di una luce accecante, bianca o dorata, dall’immagine dello spettro dei colori dell’arcobaleno. In questa condizione si trova il bambino quando nasce, in uno stato di purezza assoluta. Chi possa osservare con devozione un neonato è molto vicino al rapimento estatico che molti fedeli dicono di aver sperimentato in compagnia dei grandi Santi della storia.

Quando si esclude la dimensione occulta dell’esistenza il rischio è quello che stiamo correndo attualmente in questa fase evolutiva della civiltà, cioè quello di identificarci con tutto ciò che è misurabile e quantificabile: un corpo, un insieme di neuroni e loro collegamenti, ricordi, ormoni, neurostrasmettitori, e così via.

E’ il rischio che sta correndo la medicina istituzionalizzata nell’accompagnare il parto della donna. Le pratiche medico-sanitarie sono spesso molto lontane dallo svolgersi naturale del processo del parto. Infatti nei Paesi civilizzati, la metà dei parti avviene con taglio cesareo, la maggior parte dei parti avviene tra le nove del mattino e le tre del pomeriggio (orario confacente all’organizzazione ospedaliera) per mezzo di farmaci che accelerano le contrazioni, il cordone ombelicale viene tagliato prematuramente, vi è l’impossibilità per la donna di scegliere le posizioni da assumere durante le doglie. Indubbiamente è molto più facile (o forse no) controllare un’organizzazione ospedaliera con standard prescrittivi basati su dati di osservazione e valutazione analitico-puntuali, piuttosto che accompagnare con devota fiducia un processo naturale come quello della nascita, della malattia o della morte, considerando che proprio perché si tratta di condizioni di passaggio, non è così scontato che il risultato debba essere un ulteriore soggiorno da parte dell’individuo in questa sfera dell’esistenza.

Molto cambierebbe se l’uomo dei nostri tempi si aprisse alla prospettiva di trascendenza. E trattandosi di una dimensione altra, che come ho detto non è conoscibile attraverso un approccio concettuale, forse l’esperienza diretta, una gestalt viva è quella che più ha da dirci in merito. Anche la meditazione può fornire una maggiore consapevolezza di questa dimensione. Chi l’ha sperimentata si potrà rendere conto che va ben al di là delle concettualizzazioni.

Per citare le parole di un grande maestro dei nostri tempi, Claudio Naranjo, psichiatra cileno, ideatore del programma SAT e profondo conoscitore della psicologia degli Enneatipi e degli stati olotropici di coscienza, “si tratta di una diversa prospettiva, un sano distacco, di chi ancora non è entrato nel mondo o se lo va lasciando alle spalle; un sentire che la vita è sogno, che in essa tutto passa e che siamo in questo mondo per qualcosa di più di sopravvivere, del cercare piacere o diventare importanti”. E’ la prospettiva dei bambini, quando non sono troppo prematuramente assorbiti da logiche di robotizzazione tecnologica o da gravi disordini familiari, e dei vecchi, quando non arrivano all’ultima tappa del loro viaggio credendo di aver perso tutto quello che davvero contava nella loro vita.

Il parto è il momento in cui, il Cristo si incarna. E qualcuno lo accompagna in questo passaggio. La madre è il Cireneo che aiuta il Cristo a portare la Croce. La madre condivide parte del dolore del figlio. Il dolore è l’esperienza, è la vita. Immaginiamo cosa può significare alla luce di questo l’aumento delle pratiche di analgesi artificiale che, come nel caso dell’epidurale, escludono la coscienza del dolore e del parto stesso nelle donne. Ovviamente, ci sono casi in cui un intervento analgesico ha una sua funzione, così come il taglio cesareo. Non si tratta di demonizzare le conquiste della scienza medica, ma di ridare dignità all’essere umano, alla sua responsabilità e alla sua libertà nella scelta di quale pratica medica si può meglio adattare alle proprie esigenze. Ricordandosi che il parto è un accompagnamento. Solo in questo modo possiamo sventare il pericolo che come società corriamo di assomigliare più a delle macchine di produzione in serie che ad individui liberi e pensanti.

Anche la donna, quando partorisce vive una condizione di morte e rinascita. Molte donne descrivono il dolore del parto come qualcosa di incontenibile, anche in questo caso dicono spesso che si sentono morire. Il ruolo del padre è quello di accompagnare la madre. Un tempo vi era una comunità di persone che sosteneva e accompagnava la partoriente.

Anche il padre è coinvolto in questo rito di passaggio. In una rassegna di studi presente nel Notiziario dell’Ordine degli Psicologi della Puglia, un giovane psicologo porta all’attenzione il fatto che l’accudimento dei figli da parte del padre non è una condizione recente, ma molto antica: innanzitutto il padre “in attesa” sperimenta molte sensazioni che sono tipiche della donna durante la gravidanza: nausee, cefalee, alterazioni d’umore, insonnia, aumento o calo ponderale, ansietà. Questi sintomi sono fortemente presenti nei primi mesi di gravidanza e nell’ultimo. Tali sintomi sono ricondotti alla “sindrome della couvade”, che ha un effetto preparatorio del padre rispetto all’evento che lo coinvolgerà a breve. Il suo corpo rende manifesta una condizione di tensione e di paura rispetto al nuovo che sta per venire. Ad esempio nei neopapà, si registra un aumento della prolattina, l’ormone deputato alla cura e protezione del bambino. Se la nuova condizione di padre non viene elaborata socialmente e psichicamente essa si manifesta somaticamente riportando le cose a “come dovrebbero essere” per garantire la massima cura del nascituro. E’ interessante notare, che inizialmente quello della couvade non era una sindrome ma un vero e proprio rituale che praticavano alcune tribù indigene del Canada, ma anche del Brasile, della Cina, dove i padri simulavano il parto e spesso nei giorni successivi al parto della moglie, restavano a letto e venivano accuditi proprio come se fossero stati loro a partorire.






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