APPROFONDIMENTO:

AFFRONTARE I CAMBIAMENTI

Nella società occidentale industrializzata, le transizioni evolutive che ciascuna persona o sistema familiare affronta divengono sempre più complesse e diversificate.

 

Nelle aree urbane, le famiglie allargate, un tempo reti primarie di supporto nell'affrontare i problemi evolutivi anche degli adulti, vanno gradualmente dilatando le loro maglie, assumendo sempre più spesso la conformazione di aggregati di nuclei scarsamente collegati; le piccole comunità locali, con i loro rapporti di vicinato o di quartiere, utili in quanto reti secondarie di supporto (tanto che secondo la saggezza popolare “il vicino è il primo parente”, ovvero è colui che, anche per motivi logistici, in una situazione imprevista o di emergenza può arrivare per primo a porgere aiuto) vanno progressivamente perdendo la loro fisionomia, trasformandosi in macroperiferie urbane o in agglomerati satellite dei grandi centri cittadini.

 

La comparsa di nuove tipologie familiari, quali i nuclei monogenitoriali, le famiglie ricomposte, multiculturali, omosessuali, i nuclei unipersonali e altri nuclei non convenzionali, impone una continua negoziazione e ridefinizione delle regole di convivenza interne ed esterne alla famiglia.

 

La pluralità delle agenzie sociosanitarie spesso produce una frammentazione degli interventi di aiuto erogati, mentre la complessità dei sistemi deputati all'istruzione e all'educazione, e la moltiplicazione delle figure formativo-educative implicate, prescrive ai genitori e alle famiglie di confrontarsi costantemente con norme e stili pedagogici diversi.

 

Infine, l’instabilità, la competitività e la selettività dei sistemi occupazionali, concorrono a creare e mantenere vissuti di sfiducia nel futuro da parte di adolescenti e giovani, e senso di precarietà negli adulti, mentre la forte richiesta sociale di adeguamento a super-modelli che richiamano all’efficacia e all'efficienza, alla bellezza e alla forma fisica, contribuisce all'emergere di sentimenti di ansia, legata soprattutto alla prestazione e all'immagine di sé.


Per esemplificare si pensi all'evento della nascita del primo figlio, e alle differenti condizioni di vita alle quali andrebbero incontro due giovani coppie di genitori. La prima giovane coppia, immaginiamola inserita in un contesto sociale nel quale è ragionevolmente vicina la famiglia di origine di uno o di entrambi i coniugi e la comunità locale è quella di appartenenza, con una discreta rete amicale e buoni rapporti di vicinato. I due neo-genitori avrebbero la possibilità di rivolgersi alle donne esperte della famiglia per ricevere consigli su come nutrire e cambiare il bambino, su come interpretare il suo pianto o su come regolarsi per l’allattamento. La madre potrebbe rientrare al lavoro potendo contare sui nonni, o altri soggetti della rete familiare, come babysitter. Entrambi i genitori potrebbero confrontarsi con altre mamme e papà del quartiere e scambiare con loro esperienze e opinioni, normalizzando i propri vissuti e timori.

 

Immaginiamo invece la seconda giovane coppia inserita in un contesto sociale che non è quello di appartenenza, magari semplicemente a seguito di uno spostamento di residenza per motivi lavorativi. Una volta dimessa dall'ospedale la madre si trova sola con il proprio bambino, e provvede insieme al marito a tutte le sue esigenze: devono documentarsi e gestire da soli le difficoltà e le ansie. La madre potrebbe essere costretta a lasciare il lavoro perché i posti all'asilo nido sono esauriti ed i costi di una babysitter eccessivi. La rete amicale ancora poco solida consentirebbe pochi scambi ed avrebbe quindi un basso potenziale di rassicurazione.

 

Non si intende certo affermare che la prima giovane coppia risulterebbe esente dall'incontrare problemi nella costruzione del proprio ruolo genitoriale ma, piuttosto, che il disagio al quale potrebbe ipoteticamente andare incontro la seconda giovane coppia (ad esempio un conflitto o un distanziamento emotivo) non ha necessariamente in sé alcuna radice psicopatologica, e che di conseguenza la domanda di aiuto che potrebbe derivarne sarebbe una domanda non-clinica e non-terapeutica, la cui risposta sarebbe quindi volta non alla cura, ma all'attivazione o all'amplificazione delle risorse disponibili ed utili per favorire l’evoluzione e lo sviluppo della persona e del sistema. Sarebbe quindi non solo inopportuno, ma anche eticamente scorretto, proporre un intervento di natura diversa da quello di sviluppo, dato che ciò condurrebbe con buona probabilità a co-creare l’idea di una carenza, di un disturbo o di una malattia, con effetti iatrogeni sulla persona ed il suo sistema. L’intervento di counselling sistemico, in quanto intervento di sviluppo, appare invece la risposta più adeguata quando la domanda di aiuto è volta ad affrontare e superare una transizione evolutiva difficoltosa.

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